La Vergogna

Il giorno della mia seconda elementare arrivai a scuola con un occhio nero! La sera prima ero così agitata che caddi dal letto e la mattina guardandomi allo specchio scoprii con sgomento di essere “impresentabile”. Avevo immaginato tante volte il primo giorno di scuola e pensavo che sarei stata perfetta nel mio grembiule con il fiocco rosso, ahimè tutto andò al contrario delle mie previsioni. Tanto più che al mattino scoperto il livido, cercai di convincere mio padre a rimanere a casa, aspettando che la ferita sparisse. Mio padre non ne volle sapere e mi accompagnò nonostante le mie proteste. Arrivammo in ritardo e io feci l’ingresso nella mia nuova classe, come mai avrei voluto: la bidella che mi aveva visto girare per i corridoi, mi indicò la porta, io la aprii timidamente e mi ritrovai addosso parecchi occhi che mi fissavano interrogativi. Il mio rossore, lo sguardo basso a nascondere il viso e il desiderio di essere inghiottita dal pavimento sono sensazioni che ancora oggi a distanza di tanti anni, rievoco con facilità perché, si sono impresse nella mia memoria, indelebili.

La vergogna accende una “luce che inonda l’individuo” (Lynd, 1958), che quindi sperimenta un “senso di disagio cui si aggiunge il desiderio compulsivo di sparire dalla vista dell’altro”, (Frjida, 1988, p. 351), e “l’impulso di seppellire la propria faccia o di essere inghiottiti dalla terra in quello stesso istante”, (Erickson, 1950, p. 223), che spinge l’individuo a “strisciare in un buco” e culmina nel fargli sperimentare la sensazione di “stare per morire”, (Lewis H.B., 1971, p. 198).

Queste sono alcune delle sensazioni che ognuno di noi ha sperimentato nel vergognarsi.

Sensazioni per niente piacevoli e che si tende ad evitare quanto più possibile. Tuttavia, potrebbe essere utile conoscerla meglio. Sapere, per esempio che cosa la differenzia dal senso di colpa e per quale motivo alcuni sembrano provare più spesso vergogna di altri.

Prima di tutto, definiamo l’oggetto della nostra indagine. Che cos’è la vergogna?

Secondo M. Lewis:

La vergogna si può definire semplicemente come quello che proviamo quando giudichiamo le nostre azioni, i nostri sentimenti o le nostre condotte e concludiamo di aver fatto male. Questo sentimento racchiude la totalità di noi stessi, suscitando il desiderio di nasconderci, sparire o addirittura morire. Il sé a nudo

Secondo A. Shore invece:

(…) la vergogna è un segnale e una reazione: è il segnale intra soggettivo (di riconoscimento) e intersoggettivo (di ammissione) che è stato svelato agli altri e/o a sé ciò che si è e non ci si aspettava che fosse svelato, e una reazione a questo evento. Ciò accade se vengono disconfermate le pretese di attenzione o approvazione o ammirazione o libertà e/o rispetto, e quindi viene svelata la propria impotenza a confermarle. Solo in questo senso la vergogna è necessariamente connessa ad uno scarto fra la realtà di sé e un ideale (l’Ideale dell’io, il sé ideale). La regolazione degli affetti e la riparazione del Sé

Ma come si origina la vergogna?

Zahn Waxler ha osservato la reazione dei bambini agli errori, concentrando l’attenzione su comportamenti che possono fornire utili indizi della vergogna. Nei lavori di questa studiosa al bambino viene dato un giocattolo fatto in modo da rompersi dopo pochi minuti di normale manipolazione. Le risposte dei bambini a questo incidente per loro inaspettato sono varie. Alcuni vanno a prendere un altro giocattolo come se niente fosse, altri si mettono a piangere. (…) Certi bambini manifestano la tipica risposta di vergogna: distolgono lo sguardo e si accasciano, restando immobili. Il loro comportamento sembra in qualche modo sconvolto: i processi di pensiero sono confusi o almeno inibiti. Altri bambini, nel momento in cui il giocattolo va in pezzi, distolgono lo sguardo, tesi in volto, ma non si accasciano affatto: invece di “sparire” cercano di accomodarlo. I loro tentativi riparatori fanno pensare non a vergogna ma a un sentimento di colpa: per questi bambini l’oggetto di preoccupazione non è la propria persona ma il giocattolo.

A questo proposito Shore afferma:

A mio avviso il tentativo di riparazione, l’attenzione concentrata non su di sé ma sull’oggetto costituisce la più importante distinzione comportamentale tra vergogna e senso di colpa.

Da psicoterapeuta corporeo, potrei aggiungere che un segnale di differenziazione ulteriore può indicarlo anche il corpo. Mentre, nella vergogna vediamo che le persone si ripiegano su se stesse nel tentativo di nascondersi e sparire, nel senso di colpa le vediamo anzi agitarsi vivacemente.

La tesi di Lewis concorda con i risultati di questa sperimentazione, infatti egli afferma che la vergogna si ha quando il sé si rivolge su se stesso come un tutto, implicando un giudizio globale sul proprio conto, mentre nel senso di colpa il sé si volge a considerare le proprie azioni, valutandole sia per quello che sono, che nelle loro conseguenze sugli altri.

In effetti, quando mi presentai davanti alla mia nuova classe alla II elementare ero consapevole che avrei dovuto meritare l’affetto e la stima dei miei compagni perché avevo avuto l’ardire di fare la primina e saltare un anno, ero stata punita per la mia superbia!

 

 

 

 

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