Impostori e bugiardi

Impostori e bugiardi: lettura della personalità  “come se” attraverso l’analisi bioenergetica

 

Perché un bugiardo dovrebbe entrare nella stanza di terapia? Dare per scontato che la persona che decide di cominciare un percorso di psicoterapia sarà onesto, per quanto può, e racconterà la verità, solo la verità, è un errore di ingenuità da parte del terapeuta o una diffidenza necessaria dell’incontro?

Irvin Yalom nel suo Lying on the couch, titolo che può essere liberamente tradotto come: Bugiardo sul sofà e/o Sdraiato sul sofà, racconta, tra le altre, la storia di un impostore, una donna che decide di vendicarsi di suo marito diventando cliente dello stesso psicoterapeuta a sua insaputa. Gli incontri diventano, quindi, piuttosto surreali, tra menzogne e verità estorte.

All’inizio della mia pratica clinica, il problema del “mentire” del cliente mi sembrava assurdo ed inconcepibile. Perché qualcuno avrebbe dovuto chiedermi di ascoltare le sue menzogne? A quale scopo? Per sedurre o per avere un testimone a conferma del proprio personale autoinganno?

Dopo l’incontro con un cliente mentitore e il suo disvelamento, ho cominciato a nutrire interesse per la “bugia patologica” e per la struttura di personalità che sottende il bisogno della falsificazione di sé e dell’arte dell’inganno.

Diversi psicoterapeuti hanno parlato di “impostori”, uno dei primi fu C. Abraham, allievo e amico personale di S. Freud, in un famoso saggio La storia di un impostore alla luce della conoscenza psicoanalitica[1]  in cui, l’Autore racconta la storia di un individuo esaminato per conto di un tribunale militare per una perizia criminologica.

Il soggetto si era reso colpevole di diserzione, si era arbitrariamente attribuito un grado militare e aveva commesso un numero straordinariamente grande di appropriazioni indebite, falsificazioni e azioni fraudolente.  Nella prima perizia Abraham afferma:

 

<< Io supposi che vi fosse un disturbo profondo della vita affettiva da cui derivavano impulsi antisociali>>.

 

Lo psicoanalista incontrerà lo stesso soggetto a distanza di cinque anni, trovandolo profondamente cambiato. L’antico impostore aveva sposato una donna più anziana con figli adolescenti, la signora gli aveva garantito una sicurezza affettiva e una buona posizione sociale. Abraham afferma che in questo caso, la fissazione narcisistica venne superata grazie al fatto che:

 

<<(…) l’atteggiamento da parte di una rappresentante della madre che riversa su di lui sia i propri sentimenti premurosi e materni sia quelli erotici, ha apportato un tardo appagamento dei suoi desideri edipici rimasti inappagati nell’infanzia, ma allo stesso tempo ha fatto uscire la sua libido dalla fissazione narcisistica>>.

 

Il bugiardo è dunque guarito! Ma, nella pratica clinica non capita spesso un’autoguarigione di questo tipo, per cui studiare il fenomeno può aiutarci a comprendere meglio la struttura di personalità che abbiamo di fronte.

Anche la psicoanalista Helene Deutsch si interessa a questo tipo di personalità e lo descrive come un tipo di personalità <<come sé>>.

L’Autrice afferma:

 

<< (…) utilizzo questa etichetta perché, qualsiasi tentativo di comprensione dei sentimenti e dello stile di vita di questi soggetti fa sorgere nell’osservatore l’inevitabile impressione che l’intera modalità usata dall’individuo per affrontare la vita possegga una coloritura di fondo all’insegna dell’artificiosità ma si sviluppi tuttavia esteriormente “come se” fosse autentica>>[2].

 

Questi soggetti sembrano impegnati in una sorta di recita continua. La lettura del contro tranfert in questi casi diventa di vitale importanza per la riuscita del percorso terapeutico. Ci troviamo di fronte ad una tipologia di narcisismo estremo, che A. Lowen inserisce nella categoria caratteriale dello psicopatico. Egli afferma che la tendenza a mentire senza provare rimorso è tipica dei narcisisti e lo psicopatico in particolare sembra non sentire la differenza tra giusto e sbagliato.

Lo psicopatico ha secondo A. Lowen le seguenti caratteristiche:

 

<<L’essenza dell’atteggiamento psicopatico è la negazione dei sentimenti (…) Nella personalità psicopatica l’Io diventa ostile al corpo e alle sue sensazioni, in specie quelle sessuali (…) la funzione normale dell’Io è quella di appoggiare il corpo nella sua ricerca del piacere, non di sovvertirla a favore dell’immagine dell’Io. (…) Un altro aspetto di questa personalità è il bisogno di potere, di dominio e di controllo che può essere raggiunto in due modi. Uno è la prepotenza e la sopraffazione (…) Il secondo modo consiste nell’insidiare l’altro attraverso un approccio seduttivo>>[3].

 

In questo quadro di Falso sé, si staglia la figura dell’impostore, che Lowen definisce in questo modo:

 

<< Un impostore si considera un nobile, anche se a livello intellettuale sa di non esserlo. Ma quando recita la parte si vede davvero come un aristocratico, e questo atteggiarsi è convincente perché egli stesso ne è convinto. Si identifica con la sua immagine che diventa la sua unica realtà; non prova più la sensazione di distorcere e negare la verità. In realtà, nega o ignora la realtà del suo essere, ma la negazione non è più calcolata e consapevole. L’attore ha finito per identificarsi con il suo ruolo al punto che per lui è diventato reale>>[4].

 

Questa definizione sembra combaciare con quella della psicoanalista americana P. Greenacre, che afferma:

 

<<Un impostore non è semplicemente un bugiardo, ma è un tipo molto particolare di bugiardo, perché impone agli altri delle falsificazioni sulle azioni che ha compiuto, sulla sua  condizione, sui beni che possiede. Può far ciò falsificando la sua vera identità anagrafica, presentandosi sotto falso nome, inventando la sua storia e gli altri particolari riguardanti la sua identità personale, presa a prestito da qualche persona reale, o costruita in base a qualche fantasiosa concezione di sé>>[5].

 

Negli Stati uniti e in Canada il fenomeno della psicopatia ha interessato diversi autori, che hanno studiato a lungo questo tipo di patologia, come R. Hare, che mette in luce la difficoltà del trattamento, descrivendo lo psicopatico come un “predatore emotivo”. In particolare Hare afferma:

 

<<Non è facile rimanere indifferenti al sorriso vincente, all’accattivante linguaggio corporeo e all’eloquio fluente dello psicopatico, che ci rendono del tutto ciechi alle sue reali intenzioni. Ma, vale la pena tentare delle strategie difensive. Per esempio non prestare troppa attenzione a una qualche caratteristica insolitamente affascinante delle persone che s’incontrano, aspetto estremamente curato, forte carisma, modo di fare ipnotico, voce suadente, fluidità di linguaggio e così via. (…) Molti hanno difficoltà ad avere a che fare con lo sguardo intenso, gelido e predatorio dello psicopatico (…) lo sguardo insistente dello psicopatico è un preludio alla sua personale gratificazione e all’esercizio del potere, piuttosto che semplice interesse o attenzione empatica>>[6].

 

Lowen infatti afferma, che la negazione difensiva dei sentimenti produce nel corpo dello psicopatico delle tensioni croniche che si concentrano principalmente alla base del cranio, nei muscoli che congiungono la testa al collo. Quest’area è collegata ai centri visivi del cervello che influenzano la percezione visiva. Egli dice:

 

<<Sono riuscito più volte ad aiutare un paziente a visualizzare uno sguardo di collera e di follia colto negli occhi dei genitori premendo con le dita questi muscoli, la cui tensione sembra bloccare il passaggio del flusso di eccitazione dal corpo alla testa, che rimane così esclusa dalle sensazioni e dai sentimenti corporei>>[7].

 

Il rischio di lavorare con uno psicopatico è di venirne sedotti mettendo in atto un controtransfert erotico, oppure ostentando una fredda distanza per non esserne troppo coinvolti. Nella mia prima formazione psicoanalitica, il desiderio di proteggere la mia professione e la mia vita privata, mi avevano portato con il mio paziente mentitore a mantenere un’eccessiva distanza di sicurezza che probabilmente è stata letta come mancanza d’interesse e disprezzo.  Motivo per il quale, quella psicoterapia cominciò con delle bugie e finì con delle rivelazioni, l’impostore si tolse la maschera, ma decise che lo spettacolo si era concluso. Io ebbi la spiacevole sensazione di essere stata una spettatrice troppo preoccupata e poco empatica, così attenta a mantenere i confini, da pensare troppo al contenitore piuttosto che al contenuto. Non so, se passati diversi anni, il mio atteggiamento sarebbe diverso, ma penso che l’approccio psico-corporeo di Lowen mi abbia permesso di guardare oltre il Don Giovanni e di posare lo sguardo sul bambino che il narcisista è stato, che ha subito una ferita, un colpo alla stima di sé. Lowen dice:

 

<<Questa ferita implica un’umiliazione, in particolare implica l’esperienza di essere impotenti mentre un’altra persona prova piacere nell’esercitare su di noi il proprio potere>>.

 

Il rischio è di infliggere nella terapia la stessa situazione già vissuta, o peggio permettere al paziente di vendicarsi senza comprenderne il significato profondo.

[1] R. Fliess (a cura di), Letture di psicoanalisi, Bollati Boringhieri, 1972, Ed. originale 1948.

[2] H. Deutsch, Il sentimento assente, 1992, Ed. Bollati Boringhieri, Ed. originale 1942.

[3] Lowen A., Bioenergetica, Ed. Feltrinelli 1983, Ed. originale 1975.

[4] Lowen A., Narcisismo, ed Feltrinelli, 1985, Ed. originale 1983.

[5] P. Greenacre, Studi psicoanalitici sullo sviluppo emozionale, Ed. Martinelli, 1979. Ed. Orig. 1971

[6] R. Hare, La psicopatia, Ed. Astrolabio 2009. Ed. originale 1993.

[7] Lowen A., Narcisismo, ed Feltrinelli, 1985, Ed. Originale 1983.

 

 

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