Corpo e Anima

Corpo e Anima è un pugno nello stomaco, inutile girarci intorno.

Impossibile assumersi la responsabilità di consigliare di andare a vederlo. E’ però un gran bel film.

Sia in senso estetico perché ha una fotografia strepitosa, sia perché parla dell’improbabile, convincendo lo spettatore che sia possibile.

Un maschio e una femmina s’incontrano sia nei sogni che nella realtà: anzi condividono lo stesso sogno, come se solo quello fosse il luogo dove è permesso veramente di incontrarsi.

La più struggente delle storie romantiche: lui e lei si corteggiano qui e altrove, nella vita vera e nei sogni. Così come si attraggono e si respingono nella vita reale, si annusano nei sogni trasformati dal loro inconscio in due esemplari di cervi che si rincorrono  nella neve.

Il macello in cui è ambientata la storia sembra disegnare magnificamente lo sfondo di carne e sangue che rappresenta la trama del film. I corpi dei manzi macellati sotto i nostri occhi e la visione surreale di due personaggi feriti, lui nel corpo e lei nell’anima, rendono possibile la nascita di un sentimento.

Lei ha bisogno di rappresentare la sua vita attraverso l’utilizzo di un palcoscenico fatto di piccoli fantocci di plastica a cui fa impersonare il ruolo che poi reciterà, si direbbe per allenarsi a vivere. Il congelamento è l’atmosfera che si diffonde sin dai primi fotogrammi e pian piano porta a sciogliere quel trauma che entrambi devono aver attraversato, e che portano addosso attraverso le loro ferite.

Lei pian piano si riappropria di quello che P. Levine chiama felt sense, ovvero:

 

<< (…) il mezzo attraverso il quale sperimentiamo la totalità della sensazione. Nel processo di guarigione dal trauma mettiamo a fuoco le sensazioni individuali. Osservandole sia da vicino che a distanza, le sensazioni vengono vissute simultaneamente come primo piano e sfondo, creando così una Gestalt o integrazione di esperienza>>[1]. p.81

 

Ad un certo punto, sovvertendo tutte le regole del corteggiamento, lei dice a lui: <<Sei una meraviglia!>>. Questa è la battuta che scioglie la neve e che fa ridere perché è tutta sbagliata, fuori luogo, fuori contesto, ma apre uno spiraglio nel gelo dell’anima.

Sembra dire: guardare attraverso le proprie ferite come se fossero delle feritoie consente di tornare a vivere, non ci si può accontentare solo di sopravvivere!

 

[1] Levine Peter A., Traumi e schock emotivi, 2002 Gruppo macro, Ed originale 1997.

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