La Resilenzia

La resilienza: una prospettiva psico-corporea

La parola resilienza viene dal latino: resilire, rimbalzare, saltare indietro. Il termine è stato utilizzato in fisica per definire il ritorno di un corpo che ne percuote un altro e sottolinea la resistenza alla rottura. Resilienza non è quindi un sinonimo di resistenza: il materiale resiliente non si oppone o contrasta l’urto finché non si spezza, ma lo ammortizza e lo assorbe, in virtù delle proprietà elastiche della propria struttura.

In psicologia questa termine è stato adottato per descrivere la capacità di far fronte alle conseguenze di eventi gravemente stressanti o la capacità di riprendersi con successo da esse, anche se, come afferma la psicoanalista argentina A. Rozenfeld[1]:

 Secondo una lettura psicoanalitica non è possibile per la mente né fare ritorno allo stato antecedente al trauma, né recuperare l’equilibrio perduto, in quanto, il trauma ed il suo significato emozionale modificano sia quantitativamente che qualitativamente la soggettività dell’individuo. (p. 33).

Emmy Werner[2] usò per la prima volta il termine resilienza in psicologia, nel 1955 studiando 698 neonati dell’isola Kauai nelle Hawaii nell’arco di trent’anni. Secondo la psicologia tradizionale molti di loro avrebbero presentato in futuro situazioni di disagio psichico, per via delle condizioni delle famiglie d’origine. Inaspettatamente, però, E. Werner verificò che 72 di loro erano riusciti a migliorare le loro condizioni nell’età adulta, raggiungendo un livello di vita buono. Merito della loro resilienza.

Primo Levi in Se questo è un uomo. La tregua, afferma:

La facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa anche in circostanze apparentemente disperate è stupefacente e meriterebbe uno studio più approfondito.

Questa capacità di “secernere un guscio” è stata presa in considerazione utilizzando diversi modelli di riferimento.

Anna Oliverio Ferraris afferma:

La resilienza o forza d’animo è un tratto della personalità complesso in cui convergono diversi fattori o attitudini: temperamentali, familiari, sociali, culturali, educativi, spirituali. E’ legato all’istinto di sopravvivenza ma si sviluppa nel corso della vita assumendo modalità diverse a seconda delle circostanze, dei singoli individui, dei modelli di riferimento e degli apprendimenti.

Gran parte degli scritti americani come la psicologia positiva di A. Antonowsky (1987) e M. Seligman (2000) hanno posto l’accento sulla resilienza essenzialmente come un tratto che caratterizza l’individuo, incoraggiando l’ottimismo come atteggiamento mentale, che può avere esiti positivi anche sulla vita sociale.

E’ solo con la rivisitazione e gli approfondimenti degli scritti francesi in particolare di B. Cyrulnik (2002) psichiatra ebreo, rocambolescamente sopravvissuto alla deportazione e con un’infanzia a dir poco turbolenta che, si è incominciato a considerare la resilienza, come risposta all’elaborazione del trauma. Secondo Cyrulnik occorrono due colpi per provocare un trauma, riprendendo un concetto di Anna Freud: il primo, in quanto evento reale, provoca il dolore della ferita e la lacerazione della mancanza- perdita e si colloca sul piano delle dinamiche interne; il secondo, in quanto rappresentazione dell’evento, suscita la sofferenza dell’umiliazione collegata a vissuti di abbandono o di diversità – inferiorità e si rispecchia nello sguardo dell’altro, collocandosi sul piano delle dinamiche relazionali. Per elaborare il primo colpo, il corpo e la memoria devono attraversare un lento processo di cicatrizzazione – riparazione utilizzando meccanismi di difesa maturi e funzionali. Per elaborare il secondo è necessario invece un lavoro semantico, una ridefinizione del significato dell’evento e della rappresentazione del proprio dolore, all’interno del proprio sistema di relazioni, una metamorfosi nella rappresentazione della ferita. La cicatrice sarà sempre una breccia nello sviluppo della personalità, la resilienza dunque è riparazione ma anche cambiamento, nasce da una frustrazione ma può trasformarsi in opportunità.

Le conseguenze psicologiche del trauma possono destabilizzare il soggetto che lo vive al punto da distruggere la capacità di rappresentare ciò che gli è accaduto. Freud, infatti, nell’Introduzione alla psicoanalisi a proposito dell’esperienza traumatica afferma:

<<Con essa noi designiamo che nei limiti di un breve lasso di tempo apporta alla vita psichica un incremento di stimoli talmente forte che la sua liquidazione o elaborazione nel modo usuale non riesce, donde gioco forza che ne discendano disturbi permanenti nell’economia energetica della psiche>> (p. 437).

Il destino delle esperienze traumatiche è imprevedibile, non ha a che fare con l’evento oggettivo, ma con il significato che la persona gli attribuisce. La definizione di resilienza che preferiamo è quella di A. Rozenfeld, che afferma:

<< Definisco la resilienza come una qualificazione dell’Io, effetto di un incontro con il mortifero dal quale la mente cerca di preservarsi utilizzando meccanismi di mimetismo che rendono possibile vivere. Essa affonda le radici nelle nevrosi traumatiche e rappresenta una risposta psichica al dolore e alla disperazione vissuti, una risposta capace di garantire all’individuo l’energia necessaria a non soccombere>> (p. 48).

Robert Lewis, docente dell’IIba (Istituto Internazionale di Analisi Bioenergetica) afferma:

Credo che quando la prima esperienza di cure parentali è infelice, con la scelta di terapeuti empaticamente ed efficacemente sintonici, sia possibile riacquisire un attaccamento sicuro. Ma, si resta sempre individui feriti in via di guarigione. Non ho mai incontrato, per esempio, un terapeuta che non fosse un essere umano ferito. (p. 289).

 Con l’augurio che, come diceva A. Carotenuto nel suo libro Lettera aperta ad un apprendista stregone, la propria ferita possa diventare la feritoia attraverso la quale guardare al proprio ed altrui mondo interiore.

Bibliografia


Antonovsky, A. (1980). Health, stress and coping.San Francisco: Jossey Bass.

Antonovsky, A. (1987). Unrevealing the mistery of health: How people manage stress and stay well. San Francisco: Jossey Bass.

Bertetti, B. (2008). Oltre il maltrattamento: la resilienza come capacità di superare il trauma, Milano, Franco Angeli.

Carotenuto A. (1998) Lettera aperta ad un apprendista stregone, Bompiani.

Cyrulnik B. (2002), I brutti anatroccoli. Le paure che ci aiutano a crescere. Frassinelli.

Cyrulnik B. e Malaguti E. (2005), Costruire la resilienza. La riorganizzazione positiva della vita e la creazione di legami significativi, Gradolo (TN), Erikson.

Cyrulnik, B. (2006). Di carne e d’anima. Milano, Frassinelli.

Lewis R. (2013), Il trauma umano in Manuale di analisi bioenergetica (a cura di Vita Heinrich-Clauer), Franco Angeli Ed.

Malaguti E. (2005), Educarsi alla resilienza. Gradolo (TN), Erikson.

Oliverio Ferraris A. (2003), La forza d’animo, Rizzoli Milano

Rozenfeld A. (2014), La resilienza: una posizione soggettiva di fronte alle avversità. Prospettive psicoanalitiche. Frilli Editore.

Seligman, M., and Csikszentmihalyi, M. (2000). Positive psychology: An introduction. American Psychologist, 55(1), 5-14.


[1][1] Rozenfeld A. (2014), La resilienza: una posizione soggettiva di fronte alle avversità. Prospettive psicoanalitiche. Fratelli Frilli Editore.

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